: Dalla Cava di Pietra alla Rocca:
Mario Bertoncini 
Progetto per installazioni eoliche "en plein air" in due giornate
“ogni vento crea la propria forma” (proverbio giapponese) 


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Molto s’è detto e scritto, in tutti i tempi ma soprattutto nel nostro, dei limiti, degli scopi, dei destini e persino della morte dell’arte e senza dubbio, a dispetto di quanto detto o scritto con maggiore o minore autorevolezza, d’arte si continua a parlare e spesso a torto o a ragione, soprattutto a farne.
Non sta a noi, che d’arte e per l’arte viviamo, decidere quando essa sia legittima, quando cioè, se ci riferiamo ad epoche forse più felici o meno travagliate della nostra, essa appaia in sintonia con le esigenze della società circostante: anche se esattamente questo sembrerebbe mancare oggi in un mondo oppresso da interrogativi irrisolti, da tragedie ricorrenti e dalle angosce d’un quotidiano privo di adeguata soluzione.

Ciò che l’artista può fare – e ciò che egli fa in ogni caso anche senza la nostra benedizione – è di agire direttamente o in maniera mediata con gli elementi che la natura e l’esperienza gli hanno fornito, producendo opere comunque in rapporto con il mondo circostante; auspicabile sarebbe che queste opere fossero il più possibile non-condizionate, cioè indipendenti da clichés , da consuetudini apparentemente inevitabili.

Per quanto riguarda la musica, una consuetudine da interrompere – non da eliminare, attenzione! – potrebbe essere quella che vede quest’arte confinata sempre e soltanto entro spazi chiusi. Per converso talvolta, quale rimedio peggiore del male, tra le vetuste pareti d’una corte medievale siamo costretti ad ascoltare la calibratissima e sensibilissima musica di Mozart sfocata dal vento o imbrattata da rumori di pollaio, o una sinfonia beethoveniana che si affievolisce al frastuono d’una piazza, o che venga addirittura sconciata da una gracchiante quadrifonia.

Quale può dunque essere l’alternativa desiderabile per un’arte amata oppure odiata ma comunque a dispetto di tutto sempre presente tuttavia in un’epoca sia pure distratta e turbolenta come quella nostra? O meglio, per scoprire le carte, quale è la soluzione che noi caldeggiamo, volendo portare il suono del nostro immaginario a confronto con uno spazio più vasto, come è quello percorso dal vento o dalla magia delle campane?
Vorrei ricordare brevemente due elementi fondamentali che sono alla base di tale desiderio.
Il primo, quello più ovvio, è rappresentato dalla volontà di integrare il suono, la musica “d’arte “, nel contesto più ampio dei fenomeni naturali. E qui attenzione: guai a quel musicista che distorcesse il significato di tale istanza limitandosi ad imitare banalmente il sibilo del vento e il mugghio del mare!
Il secondo, che accomuna diverse culture attraverso consuetudini millenarie, si riferisce alle campane, ai tamburi, alle trombe d’alta montagna ed a tutti quegli altri strumenti ideati dalle etnie più disparate e costruiti in modo da diffondere il proprio suono – sia esso destinato alla celebrazione o alla comunicazione – in un ambiente acusticamente non favorevole: nello spazio aperto. Anche in questo senso e in questa direzione l’enorme progresso delle tecniche elettroacustiche, sviluppatesi nel secolo scorso secondo una curva esponenziale, può offrire servizi insostituibili; purché di tali tecniche non si faccia uso superficiale, con il mero scopo di creare sensazione, ma al contrario, esse vengano impiegate con una profonda conoscenza del mezzo, con un’assoluta coscienza artistica e professionale. Ciò vuol dire piegando tali tecniche alla connotazione inedita che certi eventi musicali – non una qualsiasi musica, che è stata invece pensata e composta specificamente per una sala da concerto! – avrebbero la capacità di assumere se diffusi all’aperto, in uno scenario naturale. In una simile fusione tra l’oggetto d’arte e la cornice ambientale, l’evento guadagnerebbe una dimensione nuova grazie ad un tetto sonoro ottenuto mediante una potentissima amplificazione. E ciò al solo scopo di conferire spessore ad un tessuto fonico in pianissimo condotto mediante un respiro al tempo stesso imprevedibile e naturale, usando tale potenza per rivelare nuances sottili e non per produrre baccano.

Chi scrive è tornato da poco tempo definitivamente in Italia, nella campagna senese, dopo anni di intensa attività in paesi stranieri. Tale ritorno, che per lui ha il valore d’una riscoperta di radici indimenticabili ed indimenticate, non vuole essere quello del pellegrino, del navigante, che provato dal mare aperto e dai molti conflitti superati, desidera soltanto assaporare il frutto del lavoro compiuto e coltivare in pace l’orticello o ammirare lontano nella valle il tramonto del sole. Il frutto che mi propongo di raccogliere, al contrario, dovrebbe piuttosto essere l’occasione d’un bilancio concreto relativo ad un lavoro più che trentennale: uno sviluppo logico di esso, una epitome forte e non un’eco di esperienze già vissute.

Per non trascinare oltre una introduzione necessaria ma che al di là di certe debite proporzioni potrebbe risultare tediosa, terrei molto a riferire qui d’un incontro fortuito, occorso durante giornaliere passeggiate sul monte Cetona alle cui pendici è situato il casale nel quale ho scelto di vivere. Non lontano dalla vetta del monte, a circa 800 metri di altezza, la vegetazione fatta di arbusti bassi e d’un bosco composto di alberi di media grandezza si squarcia improvvisamente mostrando una doppia scarpata concava simile alle gigantesche, improbabili quinte d’un teatro. Esse ricordano quelle d’un doppio anfiteatro i cui fondali, delineati e scolpiti nella roccia, mostrano i segni d’un antico lavoro: si tratta d’una cava di pietra ormai in disuso, alla quale si accede appunto dalla strada comunale che congiunge Sarteano e S. Casciano Bagni, a breve distanza da un borgo chiamato Camporsevoli.
Il luogo, di grande suggestione, è di poco sovrastato dalla vetta del monte.
In alto, lungo il ricurvo profilo della scarpata, anzi delle scarpate, perché come ho detto la vastissima scena è divisa in due parti – due teatri adiacenti! -, una chiostra di arbusti e di alberi si stagliano verso il cielo e sembrano essere stati piantati lì ad arte per accogliere tra le loro perenni figure il profilo ben più caduco delle mie sculture eoliche di suono…

Chi mi legge non sorrida. Per mia fortuna ho avuto finora l’occasione di tramutare in realtà alcuni sogni: perché mai proprio questo non potrebbe far parte di quel numero?
Sotto la scarpata, un grande piazzale nel quale potrebbero trovare comodamente posto almeno cinquecento spettatori: un’orchestra, se vogliamo pensare agli antichi teatri greci, o una platea, se invece preferiamo riferirci alla concezione dei nostri teatri moderni. E veramente moderno, cioè contemporaneo è, diciamo, l’assetto scenico di questo luogo. Infatti se si voltano le spalle alla vallata sul versante che affaccia su Cetona e si guarda verso la parete a picco, sulla sinistra appare un terrapieno ripido ma non inaccessibile dal palcoscenico: che un oscuro ed ardito architetto abbia inteso commettere all’iniziativa di teatranti sperimentali una scena irregolare, a piani rialzati? Non davvero! Soltanto il piccone e il rostro delle perforatrici e delle scavatrici hanno inferto a quelle rocce delle ferite per noi provvidenziali. Il piccone e l’esigenza di estrarre dalla montagna quelle falde rossigne e friabili, insieme con un’altra qualità di roccia, grigia e dura come il granito: l’una e l’altra unite a comporre con naturalezza quell’imponente quadro scenico.

L’altro luogo nel quale è mia intenzione produrre il doppio spettacolo annunciato in questo scritto è in tutt’altra maniera altrettanto indicato ad ospitare eventi culturali d’eccezione: la Rocca di Staggia senese. Segnato da una storia millenaria, con una torre che risale al X° secolo, il complesso delle mura e delle torri di Staggia, restaurato di recente in maniera esemplare ed inaugurato il 10 giugno 2007 con i prestigiosi spettacoli dell’XI° FESTIVAL INTERNAZIONALE DELLE OMBRE, per la posizione – la rocca affaccia a perdita d’occhio sulla Val d’Elsa – e per la struttura che i segni del tempo prima e l’intelligente ricostruzione poi hanno reso fantasiosamente asimmetrica, costituisce uno scenario fantastico, nell’accezione letterale del termine, e al tempo stesso un pendant inatteso alla rude bellezza della cava di pietra.

Dalla Val d’Orcia alla Val d’Elsa, dalla Rocca di Staggia, che ci confida altera millecento anni di storia e d’arte toscana e italica ai molteplici aspetti ancora incontaminati della terra senese, come le scoscese ed ombreggiate pendici del monte Cetona, il progetto propone un ulteriore accento atto a mettere ancora una volta in valore un territorio d’eccezione, sottolineandone la possibile fusione con una maniera nuova e non convenzionale di fare musica e teatro.

Mario Bertoncini, Piazze di Cetona - Primavera 2007

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